Il deepfake CEO fraud combina voce clonata e video sintetici per impersonare amministratori delegati, dirigenti e figure istituzionali. Nel 2025 in Italia ha già fatto vittime di alto profilo e ridisegnato la mappa delle minacce per le aziende.

Nel febbraio 2025 una serie di imprenditori italiani di primo piano hanno ricevuto una telefonata dalla voce del Ministro della Difesa Guido Crosetto. La voce chiedeva il loro intervento finanziario urgente per il rilascio di giornalisti italiani rapiti all’estero, con la promessa di un rimborso integrale dalla Banca d’Italia. Massimo Moratti ha pagato un milione di euro. Solo a operazione conclusa è emerso che la voce non apparteneva al Ministro. Era il prodotto di un modello di intelligenza artificiale generativa addestrato su pochi minuti di registrazioni pubbliche.

  1. Cos’è il deepfake CEO fraud
  2. I casi italiani del 2025
  3. Come si costruisce un attacco di deepfake CEO fraud
  4. Il quadro normativo italiano ed europeo
  5. Come difendere l’azienda dal deepfake CEO fraud
deepfake CEO fraud casi italiani

Il caso Crosetto ha portato per la prima volta in Italia sotto la luce dei riflettori una tecnica che il mondo della sicurezza informatica conosce come deepfake CEO fraud, la truffa che impersona un dirigente, un amministratore delegato o un’autorità riconosciuta combinando voce clonata e, sempre più spesso, anche video sintetici.

Ma come sempre, andiamo con ordine e affrontiamo per gradi l’argomento.

Cos’è il deepfake CEO fraud

Il deepfake CEO fraud è una variante avanzata della classica truffa del CEO, la frode che impersona un amministratore delegato o un dirigente per indurre i dipendenti a eseguire bonifici fraudolenti, condividere dati riservati o autorizzare operazioni fuori procedura. Quello che cambia rispetto alle versioni più tradizionali della frode è il ricorso a contenuti sintetici generati dall’intelligenza artificiale, dalle voci clonate ai video manipolati fino ai messaggi WhatsApp con avatar costruiti su misura.

Per anni la truffa del CEO si è basata principalmente sul Business Email Compromise, ovvero l’invio di email apparentemente legittime dal dirigente al reparto amministrativo, con istruzioni per bonifici urgenti su conti esteri. L’evoluzione dell’AI generativa ha portato il fenomeno a un altro livello. Bastano oggi tre secondi di audio per generare un clone vocale con l’85% di accuratezza, secondo i dati del report “The Artificial Imposter” di McAfee. Per costruire un video sintetico convincente sono sufficienti alcune decine di immagini del volto da clonare, recuperabili sui social, nei video aziendali pubblicati online o nelle interviste pubbliche.

Lo scopo dell’attacco è quasi sempre finanziario. La vittima esegue un bonifico urgente verso un conto bancario nelle mani degli attaccanti, di solito in giurisdizioni difficili da raggiungere per il recupero del denaro. In altri casi l’obiettivo è ottenere informazioni riservate (codici di accesso, dati di clienti, dettagli di operazioni in corso) da rivendere o da usare per attacchi successivi. Secondo i dati della Polizia Postale, la perdita media per le aziende italiane vittime di deepfake CEO fraud si attesta sui 280.000 euro per singolo episodio.

I casi italiani del 2025

Il 2025 è stato l’anno in cui il deepfake CEO fraud è uscito dalle pagine dei report tecnici per entrare nella cronaca italiana, con casi che spaziano dalle vittime eccellenti agli episodi minori segnalati dalle Procure.

Il caso Crosetto: un milione di euro sottratto con una telefonata

Le indagini della Polizia Postale hanno ricostruito uno schema sofisticato. I truffatori usavano numeri telefonici con prefisso romano falsificati tramite caller ID spoofing per simulare contatti istituzionali. Una prima voce, presentandosi come membro dello staff, preparava il terreno con domande sui contatti dell’imprenditore e sulla sua disponibilità per “una richiesta riservata del Ministro“. Solo in un secondo momento, dopo che la vittima aveva abbassato le difese, entrava in scena la voce clonata di Crosetto.

L’elenco dei contattati è una pagina dell’economia italiana: Moratti, Armani, Tronchetti Provera, Della Valle, Bertelli, le famiglie Caltagirone, Del Vecchio e Beretta. Quasi tutti hanno fiutato qualcosa di strano. Moratti no e ha disposto il bonifico da un milione di euro che la Polizia Postale è riuscita poi a far congelare. Per Ivano Gabrielli, direttore del Servizio di Polizia Postale, il caso rappresenta “l’ingegnerizzazione della frode informatica potenziata dall’intelligenza artificiale”.

I primi casi italiani di voice cloning bancario

Nel corso del 2025 la Banca d’Italia ha segnalato i primi episodi italiani di clonazione vocale applicata al comparto bancario. La meccanica è semplice: una voce clonata di un familiare del titolare del conto, o di un operatore di filiale, chiede di confermare un OTP appena arrivato via SMS oppure di autorizzare un’operazione “sospetta” per bloccarla. I casi italiani sono ancora numericamente contenuti ma il fenomeno, secondo l’istituto, è “indicativo di un trend potenzialmente esplosivo”. Oggi la tecnologia di clonazione è gratuita e accessibile. La materia prima vocale di chiunque è già presente sui social network.

Come funziona un attacco di deepfake CEO fraud

Capire come si costruisce un attacco di deepfake CEO fraud è il primo passo per riconoscerne i segnali e per identificare i punti dove la difesa è più efficace. Lo schema operativo si compone di tre fasi.

Fase 1: ricognizione e raccolta del materiale

Il primo passaggio è la raccolta di materiale audio e video del bersaglio. Per un amministratore delegato di un’azienda di medie dimensioni oggi è sufficiente quello che è disponibile pubblicamente, dagli interventi a convegni caricati su YouTube alle interviste rilasciate alla stampa di settore, fino alle conference call con investitori archiviate sui siti istituzionali. Per un dirigente meno esposto bastano i contenuti pubblicati personalmente sui social, una vecchia intervista a un podcast di settore o una registrazione audio di una riunione dispersa in qualche canale di messaggistica. Tre secondi di audio puliti sono il minimo necessario per ottenere un clone vocale all’85% di fedeltà.

Fase 2: addestramento del modello AI

Le tecnologie di clonazione vocale disponibili oggi non richiedono competenze tecniche avanzate. Strumenti commerciali e open source consentono di addestrare un modello vocale in poche ore, con un risultato indistinguibile dalla voce originale per il 70% degli ascoltatori adulti, secondo i dati del Pindrop Voice Intelligence Report 2025. Per i video sintetici il discorso è simile, anche se la richiesta computazionale è più elevata. I principali gruppi di cybercrime hanno ormai sviluppato pipeline industriali per la produzione di deepfake video di qualità professionale.

Fase 3: pretexting e attacco

L’attacco vero e proprio comincia con il pretexting, ovvero la costruzione di uno scenario credibile per giustificare la richiesta. La vittima riceve una telefonata, un messaggio WhatsApp o un invito a una videochiamata da quello che sembra il proprio dirigente. La richiesta è quasi sempre legata a un’urgenza operativa, dal bonifico per un’acquisizione riservata al pagamento per sbloccare una fornitura critica, fino all’autorizzazione di un’operazione fuori procedura per gestire un’emergenza. Lo scenario è curato nei dettagli e poggia spesso su informazioni reali raccolte sull’azienda durante la fase di ricognizione.

Il quadro normativo italiano ed europeo

Il legislatore italiano ed europeo ha iniziato a colmare il vuoto normativo intorno al fenomeno deepfake con due provvedimenti chiave entrati in vigore nel 2025.

La Legge italiana 132/2025 ha introdotto il reato di diffusione illecita di contenuti deepfake, punito con la reclusione da uno a cinque anni. La norma colpisce chi diffonde contenuti sintetici realistici che ritraggono una persona senza il suo consenso e le causano un danno. La responsabilità si estende anche alla diffusione inconsapevole, una clausola che amplia significativamente il perimetro della responsabilità penale. Per le aziende il punto critico riguarda il management. Un dirigente che diffonde involontariamente un contenuto deepfake (per esempio inoltrando un audio falsificato a colleghi o clienti) rischia di rispondere penalmente in prima persona.

A livello europeo, l’AI Act entrato pienamente in vigore dal 2 agosto 2025 impone obblighi di trasparenza precisi a chiunque utilizzi sistemi di intelligenza artificiale per generare o manipolare contenuti. Per le violazioni più gravi le sanzioni arrivano fino al 7% del fatturato globale annuo dell’azienda. Per un’impresa con fatturato di 100 milioni di euro significa un’esposizione massima di 7 milioni. Il combinato disposto delle due norme cambia in modo sostanziale il quadro di responsabilità per chi gestisce comunicazioni aziendali, brand e relazioni con la clientela.

Come difendere l’azienda dal deepfake CEO fraud

La difesa dal deepfake CEO fraud non è una questione di software. Gli strumenti di detection esistono ma rincorrono in continuazione l’evoluzione degli strumenti generativi. In ogni caso non entrano in gioco se la chiamata fraudolenta arriva direttamente sul telefono di una persona dell’amministrazione. Quello che funziona davvero è un mix di processi rigidi e di cultura interna che renda istintivo dubitare quando arriva un’urgenza fuori procedura.

Le contromisure essenziali sono queste:

  • Verifica multi-canale obbligatoria per gli ordini di pagamento sopra una certa soglia.
    Qualsiasi richiesta urgente di bonifico arrivata via telefono, WhatsApp o videochiamata richiede sempre una conferma su un secondo canale concordato in anticipo, mai sullo stesso da cui è arrivata la richiesta. Una telefonata si conferma con un’email su un indirizzo aziendale ufficiale, mai con una controchiamata sullo stesso numero che ha contattato.
  • Parola d’ordine condivisa per le operazioni critiche.
    Molte aziende del settore finance hanno introdotto una pratica semplice: le richieste sopra una certa soglia richiedono una parola d’ordine concordata di persona dal dirigente che firma e dal responsabile finance che esegue. L’AI generativa non può conoscere una parola d’ordine mai pronunciata in pubblico. Nessuno scenario di pretexting può aggirarla.
  • Cultura del “ripartire da capo”.
    La difesa più efficace è il diritto del personale di amministrazione e finance di interrompere qualsiasi richiesta urgente per fare verifiche, senza temere ripercussioni gerarchiche. È un cambio culturale che richiede una presa di posizione esplicita della dirigenza, perché va contro tutti gli automatismi tipici dell’urgenza aziendale.
  • Limitare la pubblicazione online di registrazioni vocali e video dei dirigenti più esposti.
    La materia prima del deepfake sono i contenuti pubblici. Politiche aziendali coerenti sulla diffusione di interviste, podcast e video pubblici riducono significativamente il dataset utile agli attaccanti.

Tutte queste contromisure richiedono una valutazione preliminare dell’esposizione dell’azienda, dei profili più a rischio e dei processi interni potenzialmente vulnerabili. Le aziende che vogliono partire da un’analisi mirata della propria realtà possono rivolgersi al servizio di consulenza cyber security di Cyberment, che identifica le aree critiche e definisce un piano di intervento coerente con i rischi reali e con la dimensione operativa dell’impresa.

In conclusione

Il deepfake CEO fraud è entrato nel 2025 nella cronaca italiana con un caso che ha riguardato direttamente il governo e alcuni dei più noti imprenditori del paese. Sul fronte bancario, le prime segnalazioni della Banca d’Italia lasciano intravedere il fenomeno di massa dei prossimi mesi.

La difesa dalle frodi sintetiche non è una questione di tecnologia di rilevamento ma di processi interni e di cultura aziendale. Le aziende che decidono di affrontare il problema oggi, partendo dall’analisi della propria esposizione e dalla riprogettazione dei processi di approvazione critici, hanno un margine importante. Quelle che aspettano di vedere il primo caso reale lo pagheranno, mediamente, 280.000 euro a episodio secondo i dati della Polizia Postale.

Per partire con una valutazione approfondita della tua realtà, il servizio di consulenza cyber security di Cyberment è il punto di accesso naturale. Per esplorare le altre aree di intervento c’è la pagina dei servizi di sicurezza informatica.

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