htmlUn’esposizione dei dati di Instagram ha alimentato campagne di phishing e reset password fraudolenti, coinvolgendo 17,5 milioni di account.

Nelle prime settimane del 2026, milioni di utenti Instagram hanno iniziato a ricevere e-mail di reset password mai richieste, notifiche sospette e messaggi che imitavano in modo molto credibile le comunicazioni ufficiali di Meta. Si è trattato di un segnale che ha portato l’attenzione di esperti e utenti su un problema fin troppo sottovalutato: l’esposizione pubblica delle API di una piattaforma.

Il caso che ha coinvolto Instagram e Meta mette in luce come lo scraping di massa delle API sia il carburante necessario ad alimentare campagne di phishing su larga scala. Dati sensibili e credenziali, come e-mail, numero di telefono e identificativi di account, sono strumenti potentissimi in mano agli attaccanti: vengono utilizzati per colpire utenti e aziende in maniera mirata, con comunicazioni difficilmente distinguibili da quelle legittime.

  1. Le finte e-mail di reset password di Instagram
  2. Come i dati esposti alimentano le campagne di phishing
  3. Come proteggersi da phishing e abuso di dati esposti

Ma come sempre, andiamo con ordine e affrontiamo per gradi l’argomento.

Reset password Instagram e phishing: esposizione dei dati di 17,5 milioni di account

Le finte e-mail di reset password di Instagram

Il 10 gennaio 2026 migliaia di utenti hanno iniziato a ricevere una serie di e-mail da Instagram in cui si chiedeva un cambio immediato della propria password. Si trattava di richieste apparentemente legittime e formattate nello stile delle comunicazioni ufficiali della piattaforma. Tuttavia, Meta è intervenuta poche ore dopo, invitando pubblicamente gli utenti a non seguire le indicazioni delle e-mail, a causa di un problema tecnico interno. L’azienda ha inoltre smentito di aver subito un data breach interno.

Messaggio WhatsApp di phishing che impersona il supporto di Instagram Email fraudolenta di reset password che imita le comunicazioni ufficiali di Instagram

Nello stesso giorno, Malwarebytes ha segnalato la comparsa di un database contenente dati riconducibili a milioni di account Instagram, pubblicato su un forum underground. La notizia è stata ripresa dalle testate di sicurezza informatica CyberPress e CyberKendra, le quali hanno confermato che si trattava di un furto di dati di dimensioni colossali: ben 17,5 milioni di account. I campi esposti includevano username, e-mail e numeri di telefono, dati con cui i cybercriminali hanno potuto dare vita a una massiccia campagna di phishing a tema Instagram.

La causa scatenante è stata l’esposizione indiretta dei dati, dovuta a un problema di configurazione delle API pubbliche. È stato infatti scoperto che la struttura del database rinvenuto online era coerente con le risposte tipiche di endpoint API. In altre parole, le interfacce pensate per facilitare l’integrazione e l’automazione sono diventate un vettore di raccolta di informazioni, poi immediatamente sfruttate per alimentare una delle più grandi campagne di phishing a tema social.

Come i dati esposti alimentano le campagne di phishing

In base alle indagini condotte da Malwarebytes, è emerso che alcuni endpoint di Meta, pensati per facilitare integrazioni e funzionalità di servizio, hanno permesso l’accesso ripetuto e massivo a informazioni associate agli account. Ciò ha provocato l’esposizione diretta delle API pubbliche di Instagram, che hanno permesso agli attori malevoli di raccogliere i dati degli utenti, in quanto non era presente alcun meccanismo di rate limiting, né validazioni robuste delle richieste.

Una volta esposti, i dati sono stati aggregati e normalizzati nel database rinvenuto online da Malwarebytes, già ampiamente sfruttato da attori malevoli e collettivi cybercriminali. C’è un particolare molto preoccupante da considerare: e-mail, numeri di telefono e username sono i tasselli fondamentali per la costruzione di una campagna di phishing efficace. Gli attaccanti hanno infatti potuto allineare i dati raccolti con le anomalie reali in corso sulla piattaforma, trasformando un incidente tecnico in un moltiplicatore di efficacia per le truffe.

Il loro obiettivo non era la semplice raccolta di dati, ma il cosiddetto account takeover, ossia l’appropriazione indebita di un account social. Attraverso le finte richieste di reset della password, giunte sia tramite e-mail che WhatsApp, unite all’impersonificazione del supporto ufficiale, i cybercriminali hanno puntato a compromettere profili personali, business e creator. Instagram è così diventato il proverbiale entry point per truffe ai follower, estorsioni e danni reputazionali diretti alle aziende cadute vittima. È qui che un’esposizione API smette di essere un problema tecnico e diventa una minaccia in piena regola.

Episodi come questo confermano che le API pubbliche sono una superficie d’attacco a tutti gli effetti, spesso esclusa dai controlli tradizionali. Se la vostra azienda espone applicazioni web o endpoint API, un Web Application Penetration Testing permette di individuare configurazioni deboli, assenza di rate limiting e falle di autenticazione prima che vengano sfruttate da attori malevoli.

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Come proteggersi da phishing e abuso di dati esposti

Per proteggersi da attacchi del genere e impedire che i propri dati sensibili finiscano nelle mani sbagliate, non esiste una misura universale, perché ogni piattaforma fa uso di API e controlli differenti. Restano tuttavia una serie di consigli pratici che potete mettere in atto sin da subito. Di seguito i più consigliati ed efficaci:

  • Abilitare l’autenticazione a più fattori tramite app. L’uso di app di autenticazione riduce drasticamente l’efficacia dei tentativi di account takeover basati su phishing o reset abusivi, rendendo inutili molte credenziali rubate.
  • Diffidare da e-mail di reset password non richieste. In presenza di notifiche anomale, è fondamentale non cliccare i link contenuti nei messaggi, ma verificare lo stato dell’account direttamente dall’app o dal sito ufficiale di Instagram.
  • Verificare l’attività di accesso e i dispositivi collegati. Controllare regolarmente la sezione di sicurezza dell’account consente di individuare accessi sospetti o dispositivi non riconosciuti, intervenendo prima che il danno diventi irreversibile.
  • Proteggere gli account business e creator con ruoli separati. Per le aziende è essenziale evitare l’uso di credenziali condivise e assegnare ruoli limitati ai collaboratori, riducendo l’impatto di una singola compromissione.
  • Rafforzare la sicurezza delle e-mail collegate agli account social. L’e-mail resta il metodo principale per il recupero delle credenziali: proteggerla con la MFA e con password uniche è una misura imprescindibile per contenere attacchi a cascata.
  • Monitorare le campagne di phishing a tema social. Aziende e brand devono mantenere un monitoraggio attivo delle truffe che sfruttano il proprio nome o la piattaforma Instagram, per avvisare tempestivamente utenti e clienti.

Le misure tecniche, da sole, non bastano: una campagna di phishing ben costruita punta sempre alle persone prima che ai sistemi. Un percorso di formazione riduce drasticamente la probabilità che un collaboratore cada in una richiesta di reset fraudolenta o in un messaggio di supporto contraffatto.

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In conclusione

Questo episodio dimostra come la sicurezza delle API sia diventata un elemento centrale nella protezione degli utenti. Anche in assenza di un data breach tradizionale, un’esposizione indiretta trasforma funzionalità legittime in vettori di abuso. Per le aziende e le piattaforme coinvolte, il monito è chiaro: la sicurezza non può fermarsi ai sistemi interni, ma deve includere ogni punto di interazione pubblica. Per gli utenti cresce la necessità di adottare comportamenti più consapevoli e difese adeguate.

Viviamo in un mondo sempre più connesso e dipendente dagli ecosistemi digitali, a cui non riusciamo a rinunciare. Sottovalutare questi rischi e i continui campanelli d’allarme significa esporsi a conseguenze che vanno ben oltre il singolo account social.

Se volete verificare quali informazioni della vostra organizzazione risultano esposte e quali punti di accesso pubblici rappresentano un rischio concreto, un vulnerability assessment è il primo passo per trasformare episodi come questo in un piano di difesa misurabile.

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