Un blackout AWS ha causato disservizi globali. Ecco cosa è successo, chi è stato colpito e quali rischi restano aperti.
Nel tardo pomeriggio del 19 ottobre 2025, una nuova conferma di quanto l’infrastruttura digitale globale sia fragile si è abbattuta su milioni di utenti e aziende in tutto il mondo. Amazon Web Services (AWS), il principale fornitore di servizi cloud al mondo, ha subito un’interruzione critica che ha provocato un’ondata di disservizi a cascata su applicazioni, siti web, dispositivi smart e servizi essenziali.
L’epicentro del problema è stato localizzato nella regione US-EAST-1, una delle più trafficate e strategiche del colosso di Seattle. Da lì, un malfunzionamento al sistema DNS interno ha causato errori di risoluzione, latenza estesa e veri e propri blackout per numerose piattaforme dipendenti da AWS. Da Snapchat ad Alexa, passando per Zoom, Ring, Perplexity AI, Canva e centinaia di servizi cloud-hosted.

Non è la prima volta che accade, ma ogni volta che un’infrastruttura di queste proporzioni si blocca, la portata dell’impatto si estende ben oltre la sfera IT. Oggi la domanda è solo una: possiamo davvero permetterci una simile dipendenza da un singolo fornitore?
Ma come sempre, andiamo con ordine e affrontiamo per gradi l’argomento.
Arresto dei servizi AWS
Come detto in fase di apertura, l’interruzione si è verificata nel tardo pomeriggio del 19 ottobre 2025, coinvolgendo la regione US-EAST-1, situata nella Virginia settentrionale. Secondo quanto dichiarato da Amazon, l’anomalia ha interessato il sistema DNS interno utilizzato per la risoluzione degli indirizzi all’interno dell’ecosistema cloud, causando errori di latenza, timeout e fallimenti nella risoluzione dei nomi host.
In pratica, qualsiasi servizio ospitato o dipendente dalla rete DNS interna di AWS ha smesso di funzionare correttamente. A cascata, i sistemi hanno cominciato a registrare errori 500, timeout estesi e incapacità di stabilire connessioni tra microservizi e database. Tra i più colpiti risultano:
- Amazon DynamoDB;
- API Gateway;
- Elastic Load Balancing;
- Amazon S3.
Si tratta di servizi core impiegati in moltissime architetture cloud-based. Il problema si è protratto per alcune ore prima di una mitigazione progressiva da parte del team di ingegneri AWS, che ha dichiarato il ripristino completo solo in tarda serata. Durante la fase acuta del guasto, Amazon ha fornito aggiornamenti sullo status ufficiale, senza tuttavia rilasciare dettagli tecnici approfonditi sull’origine del malfunzionamento. Al momento di pubblicazione dell’articolo, l’evento viene classificato come disruption interna legata a un errore nella propagazione dei record DNS.
Conseguenze e ripercussioni a catena
L’interruzione dei servizi AWS ha avuto un impatto immediato su una moltitudine di applicazioni e piattaforme a livello globale. Tra le più colpite figurano:
- Snapchat;
- Perplexity AI;
- Zoom;
- Alexa;
- Ring;
- Canva;
- Discord.
I disservizi sono stati segnalati sia dagli utenti finali, che dagli amministratori di sistema. In alcuni casi, i servizi sono risultati completamente irraggiungibili per oltre due ore, generando rallentamenti nei workflow aziendali e interruzioni nelle comunicazioni digitali.
Numerose imprese che si affidano a database e microservizi ospitati su AWS hanno dovuto fronteggiare timeout e crash improvvisi. Alcune piattaforme di e-commerce hanno registrato impossibilità di elaborare ordini, mentre strumenti di collaborazione e videoconferenza sono andati offline nei momenti di picco. Perfino sistemi domotici connessi ad Alexa hanno subito malfunzionamenti, con smart speaker bloccati e comandi vocali ignorati.
In ambito enterprise, l’evento ha sollevato nuove preoccupazioni sul modello centralizzato del cloud computing. Per molti responsabili IT, l’episodio rappresenta l’ennesima conferma dei rischi legati alla dipendenza da un unico provider, specie se si tratta del più grande al mondo. In mancanza di infrastrutture ridondate o strategie multi-cloud, un blackout di questo tipo è un collo di bottiglia critico per intere organizzazioni.
Vulnerabilità dell’infrastruttura cloud
Questi incidenti dimostrano quanto il cloud computing moderno sia ancora esposto a fragilità strutturali. Per quanto possa apparire ridondante e distribuita, l’infrastruttura AWS presenta ancora veri e propri single point of failure, specialmente nelle regioni spesso impiegate come hub primari da migliaia di aziende. Uno dei fattori critici è che molti servizi interni di AWS sono interdipendenti. Per cui basta una singola anomalia per generare effetti domino a livello globale. Anche l’availability zone si rivela spesso inefficace quando i servizi centrali, come i sistemi di autenticazione o i registry DNS, risultano compromessi o instabili.
L’adozione massiva del cloud da parte di startup, PMI e grandi imprese ha creato un ecosistema in cui qualsiasi problema a monte colpisce migliaia di sistemi downstream. In assenza di strategie multi-cloud, segmentazione delle risorse o piani di continuità operativa indipendenti, il risultato sono disservizi paralizzanti e perdita di affidabilità.
La lezione appresa
Ogni interruzione dei servizi AWS solleva interrogativi su quanto realmente siano preparate le aziende a gestire un’assenza prolungata del proprio fornitore cloud. Eppure, nonostante gli outage degli ultimi anni, molti ambienti di produzione rimangono centralizzati su singole regioni, senza backup operativi o flessibilità di routing tra provider diversi.
Il concetto di business continuity non può più limitarsi a backup o piani di disaster recovery su carta. Occorre integrare strategie multi-cloud, capacità di failover automatizzate, load balancing geografico e una segmentazione dei workload tale da evitare il collasso totale dell’infrastruttura in caso di fault su AWS. Questo vale anche per realtà medie, non solo per i colossi.
Per chi gestisce ambienti critici o eroga servizi digitali a larga scala, l’incidente del 19 ottobre non è stato solo un disservizio ma un promemoria brutale. Si è scoperto che affidarsi a un unico cloud provider, può diventare un rischio strategico. Le infrastrutture digitali non sono infallibili ed è compito di chi le progetta prevedere ogni possibile anomalia.
